mercoledì 6 maggio 2009

Lacrime inutili sull'università

_____________________________________________________
Da qualche tempo pullulano i libri di analisi critica dell'università italiana. Una volta eravamo in pochi a prenderci la briga di scriverne: tra gli anni Settanta e i Novanta del secolo scorso, di libri su quel tema se ne pubblicarono sì e no una mezza dozzina. Ora invece se ne pubblicano in serie, e qualcuno ha anche successo. E' un buon segno, perché vuol dire che finalmente l'università, che per decenni non ha fatto né caldo né freddo quasi a nessuno, comincia a essere una questione di interesse generale. 

Il guaio è che si tratta, senza eccezione, di libri di critica, spesso amara, dura e anche cruenta. Se leggete ad esempio I Baroni di Nicola Gardini (appena pubblicato da Feltrinelli) può venirvi da piangere. L'autore racconta, coi toni più di un romanzo di formazione che di un saggio ma con qualche momento piuttosto forte, come dopo aver vinto un concorso in un'università siciliana fu indotto penosamente a fuggirne (anche per i buoni uffici di un capo-cupola ancora attivo, perfettamente riconoscibile benché non nominato) per riparare (beato lui!) in Inghilterra. Anche lui con lo sguardo maturato da un lungo soggiorno in un paese accademicamente felice, Roberto Perotti ha dato fuori L'università truccata (Einaudi), che ha avuto parecchia risonanza qualche mese fa. Il titolo lascia capire di cosa si tratti. (Si lamenta solo che molte delle proposte di riforma che Perrotti avanza fossero già formulate nel mio vecchio Idee per il governo dell'università, del 1995, che l'autore mostra di non conoscere. Pazienza: la giovinezza fa di questi scherzi.) Il grosso e farraginoso (ma terrificante) Il paese dei baroni di Davide Carlucci (Chiarelettere) vi farà venire la nausea, tanto ramificati, purulenti e disgustosi sono i fenomeni che descrive. 

Mentre tutti piangono, solo Carlo Bernardini, che se ne intende, trova una prospettiva un po' più consolante innalzando una lode, se non altro di principio, all'università, che è (come recita il titolo del suo libro) Il cervello del paese (Mondadori Università 2008)...

Ciò che colpisce in queste analisi è che, mentre tutti insistono sull'inefficienza quasi criminale del nostro sistema di concorsi, che non garantisce affatto che vincano i migliori (anzi, spesso il contrario), nessuno ricordi altre mende gravissime. Una, invisibile, va menzionata, dato che, dopo aver decollato di soppiatto un trentennio fa, è ormai diventata una piaga profonda. Parlo della figura dei professori a contratto. Fu introdotta dalla 382 (1980) del dispotico ma geniale Antonio Ruberti, con il lodevole obiettivo di trasferire nell'università i tesori di esperienza professionale che potessero essere accumulati in singole persone. Era immaginata come una misura eccezionale, destinata ad arricchire curricula già definiti, e così fu agli inizi. 

Qualche crepa si cominciò a notare quando si vide che nella lista dei professori a contratto apparivano dei politici. (Singolare destino della politica in Italia: l'epifania di un politico, in qualunque posto si avveri, basta da sola a gettare fango su quel posto!) De Mita fu professore a contratto da qualche parte, ad esempio: non si può negare che avesse esperienza nel suo campo, ma è difficile sostenere che quell'esperienza vertesse sulla branca del diritto che fu chiamato a insegnare. I casi di quel genere si riprodussero e la figura del professore a contratto diventò velocemente, e ingordamente, un ulteriore mezzuccio per dar posti a amici, conoscenti, clienti e amanti. Oggi, senza che nessuno se ne dia conto, la  cosa dilaga, sebbene in apparenza l'incarico sia poco attraente: non può essere rinnovato che per qualche semestre, è pagato due o tremila euro all'anno, non costituisce anzianità. E però...

Oggi, non c'è grigio mezzobusto televisivo che non sia professore a contratto da qualche parte: navigando in rete si scopre che occupano questa qualifica, ad esempio, l'inuguagliabile Francesco Giorgino (inventore tra l'altro di una bizzarra patologia fonetica, che chiamo la frenata post-clitica, di cui parlerò un'altra volta), Daniela Vergara, su su fino a luminari come Enrico Ghezzi e Maurizio Costanzo. Queste persone son supposte tenere lezione, fare esami, incontrare studenti, alimentare biblioteche e laboratori e guidare tesi di laurea (triennali e specialistiche). Ma ci sono anche varie corporazioni meno visibili che hanno le loro schiere di professori a contratto: gli avvocati, gli psicologi, la gente dello spettacolo, gli artisti... Insomma, la posizione, magramente retribuita e trattata malissimo, è ricercatissima!

Le pattuglie di professori a contratto sono diventate talmente folte che interi corsi di laurea sono basati su di loro. Anzi, con la riforma 3+2 sono diventati numerosi i corsi inventati proprio contando di farli funzionare con questi "docenti". Navigando con pazienza in rete si scopre che ci sono corsi di studi per più di metà basati su professori a contratto: in altre parole, i corsi sono tenuti da professori... che non sono professori, soprattutto in quanto non è previsto che facciano attività di ricerca. Navigando ancora si scopre che ci sono professori a contratto che insegnano in tre, quattro e anche cinque atenei, volteggiando audaci e spensierati tra catene montuose, corsi d'acqua e autostrade. In questo modo il contributo delle poche persone davvero esperte e competenti che, come professori a contratto, operano nelle università è screditato e distrutto dalla massa di avventurieri che affollano la categoria.

Qualcuno ricorderà la figura, frequentissima fino al 1980, dei professori incaricati. Erano, anche loro, reclutati localmente senza alcuna pubblicità, senza concorso e senza reali verifiche delle loro capacità. Ma almeno erano quasi-professori: facevano parte degli istituti, potevano avere fondi di ricerca, erano tenuti a passare una parte del loro tempo nell'unibersità. Il professore a contratto, invece, è o un giovane che si infiltra nell'università per la porta posteriore, contando di accumulare anzianità sufficiente per dichiararsi "precario" e rivendicare qualcosa; oppure un professionista (di vario livello e titolo) che compensa il magro guiderdone arricchendo di un nuovo appellativo il proprio biglietto da visita (e avendo un buon argomento per aumentare tariffe e onorari). Appena ha finito la lezione, fugge per tornare ai suoi destini.

La ministra Gelmini (che non amo, sia chiaro, come non amo -- e tanto meno! -- la maggioranza di cui fa parte) otterrà forse qualche risultato con la brusca, spietata modifica del meccanismo di concorso che ha inventato di recente. Il sorteggio dei componenti delle commissioni potrà forse portare nelle scelte una maggiore attenzione al merito e alla qualità. Ma l'università non migliorerà in nulla il suo corpo docente (né la propria qualità di "cervello del paese") fino a che non si fisseranno limiti, criteri e controlli per i "professori a contratto".